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by · 6 giugno 2005

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L?Abete rosso: Picea excelsa


Di Luca Bettosini




L?Abete rosso, chiamato comunemente anche Peccio, viene da alcuni autori denominato Picea abies, col rischio di confusione con l?abete bianco Abies alba, a sua volta denominato anche Abies picea. Tutti gli abeti hanno gli aghi inseriti singolarmente uno per uno sui rametti, ma le pigne nel genere Picea a maturità sono pendule, invece nel genere Abies restano erette.


La Picea appartiene alla grande famiglia delle Pinaceae, cui sono ascritte altre specie molto note come i Pini e i Larici. Assegnare una dimensione a questo gruppo di piante è piuttosto problematico, in quanto alcuni botanici ne riconoscono ventotto specie, altri arrivano a classificarne una quarantina. Determinata è invece la distribuzione geografica, che interessa un?ampia area in Europa, Asia minore, buona parte dell?Asia, dalla catena himalayana alla Siberia, ed ancora il Giappone ed il Nord America. Il nome del genere deriva direttamente da quello latino ?Picea? che già Plinio aveva usato e che poi fu conservato lungo i secoli, fino ad oggi. Morfologicamente si tratta di piante sempreverdi con la chioma dalla caratteristica forma piramidale capaci di raggiungere altezze considerevoli, fino ai 50 metri.


L?Abete rosso è giunto nel Ticino settentrionale e nel Moesano intorno al 4000 a.C. probabilmente attraverso i passi del Lucomagno e del San Bernardino. Si è diffuso rapidamente nella Valle di Blenio e in Mesolcina e piú tardi è penetrato anche nella Valle Leventina attraverso la Val Piora. Questo importante avvenimento ha cambiato decisamente l?aspetto boschivo della regione. La sua rapida crescita e la sua facilità a adattarsi unita alla grande resistenza ai sbalzi di temperatura gli permisero di costituire, in tempi relativamente brevi, estese foreste a spese dell?Abete bianco, che fu costretto ad emigrare in zone piú ristrette e piú consoni alle sue esigenze climatiche. A causa dell?Abete rosso, il Larice e il Pino Cembro furono letteralmente sopraffatti e annientati e costretti a trovare rifugio nella parte alta della zona subalpina.


?La grande espansione attuale delle Peccete nell?orizzonte montano delle Alpi si deve all?indole dell?Abete rosso, pianta tipicamente mesofila, ma con possibilità di resistere a condizioni di moderata secchezza, che sono esiziali per il Faggio, e a condizioni di luce che possono nuocere all?Abete bianco. Può anche essere riconosciuto al Peccio un carattere ?microtermico?, per la sua resistenza alle basse temperature invernali e ai primi geli primaverili. Rifugge tuttavia da climi troppo marcatamente oceanici e dalle zone a troppo bassa o troppo elevata temperatura estiva?. Giacomini e Fenaroli (1958)


Il Peccio dunque è una specie arborea da penombra o piena luce. Predilige i terreni sciolti e acidi, ma cresce anche su suoli ricchi di carbonati nelle regioni soggette a forti precipitazioni. Il fattore che teme maggiormente è la siccità. I rami del secondo ordine tendono piú o meno a pendere in modo caratteristico, salvo negli esemplari che vivono alle massime quote. Il Peccio è densamente ramificato con grosse branche portanti molti rametti, ciascuno dei quali è costantemente ricoperto, dalla base, da foglioline. I rami, che hanno forma a palchi, sono distribuiti a distanze piú o meno regolari lungo il fusto, che si presenta rivestito da una corteccia sottile e squamosa. Le foglie aghiformi sono lunghe 1-3 centimetri, sono pungenti ed inserite sul ramo secondo linee spirali. Le gemme ovoidali-coniche, lunghe circa 4 millimetri, sono poco resinose. I coni si sviluppano in primavera; quelli maschili gialli, lunghi circa 2 centimetri, si trovano all?ascella degli aghi laterali, verso l?apice dei rametti. I coni femminili, in posizione terminale, inizialmente eretti, di un bel rosso violaceo, lunghi circa 2 centimetri, dopo l?impollinazione diventano penduli, si allungano fino a 15 centimetri e a maturità sono di un bruno chiaro quasi lucente. Rimangono appesi ai rami anche dopo la disseminazione, che avviene in pieno inverno. I semi brunastri o nerastri, lunghi 2-5 millimetri, sono accompagnati da un?ala cuneata di 1-2 centimetri e di colore bruno chiaro. Occorrono solitamente tre anni perché i semi alati giungano a maturazione. Nelle medie latitudini, da maggio a giugno (ogni 3-4 anni) fiorisce; in montagna invece ogni 7-12 anni. I semi dell?Abete bianco volano via in autunno, mentre quelli dell?Abete rosso attendono le prime giornate secche d?inverno. I semi che si trovano sulla neve sono dunque quelli dell?Abete rosso. I semi dell?Abete bianco sono sotto la neve, dove a volte iniziano già a germogliare.


Particolare interessante, che diversi escursionisti notano camminando nelle Peccete, è la grande produzione di polline, che spesso colora il terreno di giallo zolfo. Le radici dell?Abete rosso si diramano in superficie e non penetrano in profondità nel terreno. Per questo motivo, le Peccete, soprattutto quelle chiuse e fitte di origine antropica, dove gli alberi crescono alti e sottili, sono spesso soggette a devastazioni causate dalle bufere di vento. Sono letteralmente centinaia le specie di funghi che convivono con l?Abete rosso; ad esempio l?Amanita muscaria, il ben noto Ovolaccio, in Ticino vive in simbiosi con la Betulla e con l?Abete rosso. Le Abetaie subalpine piú giovani sono il luogo ideale per il noto Porcino (Boletus edulis).


Il loro legno ha molti usi, dall?edilizia alla liuteria; è anche una delle principali fonti per la produzione di carta. La resina era usata in passato per la produzione di pece, prima dell?avvento della petrolchimica. Si pensa, infatti, che il nome picea possa derivare dal latino pix, per via della resina, sostanza di cui è ricco il legno di questa pianta.


La tavola armonica di certi strumenti è di abete rosso, il cui legno ha eccellenti qualità di amplificazione del suono.



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Le radici

Le radici hanno due compiti principali:


Primo, come già menzionato servono ad assimilare l?acqua e le sostanze nutritive, ci riescono grazie a un processo che si chiama osmosi che fa si che un liquido più denso all?interno di una parete permeabile attiri un liquido meno denso, così che i liquidi più fluidi come l?acqua contenuta nel terreno vengono assorbiti dalle radici. Gli organi che svolgono questa funzione si chiamano peli radicali, e sono situati attorno alle radici appena cresciute. Secondo Le radici più vecchie invece servono da sostegno per la pianta contro i venti e i carichi di neve.




Come riesce una pianta a portare l?acqua fino alla sommità delle fronde?

Se provassimo a incappucciare un grosso albero durante una calda giornata di giugno, ci renderemo conto di quanta acqua fa evaporare dalle sue migliaia di foglie, quest?acqua non solo deve prenderla dal terreno, ma deve anche farla arrivare ad altezze considerevoli (20-30 m) contrapponendo la forza di gravità. Questo è possibile grazie alle proprietà dell?acqua di coesione e adesione, e al principio fisico di Archimede .


Se riportiamo ciò che abbiamo detto alle piante comprendiamo che :


L?adesione, è quella proprietà che permette all?acqua di salire verso l?alto quando si trova all?interno di un tubicino molto fine, infatti se versate l?acqua in un bicchiere noterete che il liquido vicino al vetro è più alto. Nelle piante l?acqua assorbita dalle radici viene convogliata in minuscoli tubicini detti vasi capillari. Inoltre va detto che oltre ad aderire alle pareti, l?acqua ha un?altra proprietà:


la coesione, questa caratteristica permette al liquido di attirarsi come se fosse una calamita, infatti se provate a mettere due gocce d?acqua su una superficie di vetro e le fate avvicinare con un bastoncino, ad un certo punto le due gocce si attireranno fondendosi in una sola grande goccia, questa goccia avrà sempre la tendenza a stare unita. All?interno delle piante, e più precisamente nei vasi capillari, c?è un sottile filo d?acqua che dalle radici arriva fino alle foglie senza mai interrompersi, il calore del sole fa evaporare l?acqua all?interno delle foglie facendola uscire da minuscoli forellini chiamati stomi, se sulla cima c?è un consumo d?acqua, la coesione farà salire dell?altra acqua creando quindi l?effetto cannuccia.


Il principio di Archimede è quella legge fisica che spiega che un oggetto galleggiante riceve una spinta verso l?alto pari al peso del liquido spostato, perciò, il peso della pianta appoggiata sul terreno umido, riceve una forza che fa salire l?acqua verso l?alto.
2018 Puma Basse Sneakers 2017 Uomo Salvare Bianco Smash rdxCoeQBEW Grazie a queste tre forze che agiscono contemporaneamente le piante non hanno dovuto munirsi di pompe speciali per portare l?acqua fino alle loro sommità.




Da cosa è formato il tronco degli alberi ?

Ciò che per l?albero è il legno per noi sono le ossa, ossia quella struttura rigida che permette agli organismi di stare in piedi. Il legno si crea durante la crescita dell?albero, esso si trova nella parte più interna del tronco e già nei rami di 2 anni. Il tronco di un albero è una parte vivente e come ogni essere vivente è composto da cellule, di queste per il momento ne consideriamo solo la membrana ossia quella ?pelle? che le circonda. Essa può essere molto diversa a differenza dello scopo che la cellula ha all?interno della pianta, la membrana contiene un deposito di sostanze ed è proprio questo a conferire alla membrana caratteristiche specifiche, così che a seconda delle sostanze che si depositano possiamo avere: membrane cellulosiche (sostanza utilizzata per la fabbricazione della carta), membrane significate, che compongono il legno, membrane suberificate, membrane mucillaginose e molte altre ancora,? questo a seconda dello scopo che quel gruppo di cellule hanno. Oltre alla sostanza contenuta, varia anche lo spessore, che a sua volta influisce frenando il passaggio della linfa, è il caso delle cellule lignificate, infatti quello che comunemente si chiama legno e costituito da diversi tessuti di cellule diversi uno dall?altro in grado di compiere differenti funzioni, come il sostegno della pianta, trasporto di linfa o deposito di riserve zuccherine.


Se noi tagliamo un albero e lo osserviamo attentamente noteremo dei cerchi concentrici. Il primo, partendo dall?esterno, sarà la corteccia, liscia o rugosa e colorata di diverse tonalità a seconda della specie. Essa serve di riparo da ferite, forti sbalzi di temperatura sia invernali che estivi, ma serve soprattutto a noi per riconoscere il tipo di pianta quando mancano le foglie.


Il secondo strato che si incontra viene chiamato libro, si situa subito sotto la corteccia ed è di color rosa, esso serve soprattutto alla discesa della linfa già elaborata dalle foglie che serve per nutrire e far sviluppare le radici o per accumulare riserve.


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Il terzo cerchio che si vede si chiama cambio questo, anche se è difficile da vedere, è responsabile dell?ingrossamento del tronco, infatti viene chiamata zona meristematica perché in grado di fabbricare nuove cellule, ma non solo, verso l?interno fabbrica le cellule del legno e verso l?esterno costruisce cellule del libro, che sostituiranno come in una staffetta, le cellule più vecchie che si trovavano appena sotto la corteccia ma che ora stanno diventando corteccia. All?interno del cambio troviamo finalmente il legno, in esso si distinguono diversi anelli concentrici che stanno a indicare tutte le volte che il cambio si è fermato durante il riposo invernale, per questo, se si contano gli anelli, si può stabilire l?età dell? albero .


Il legno contiene anche numerosi vasi linfatici che, a differenza del libro, trasportano la linfa grezza, che altro non è che acqua arricchita di sali minerali, dalle radici verso le foglie, anche qui esiste una sostituzione delle cellule vecchie atte al trasporto di linfa. La parte del legno più vicina al cambio contiene molti vasi linfatici, mentre verso l?interno questi vasi diminuiscono a causa dell?inspessimento della membrana delle cellule che si riempie di lignina. Ogni cellula del legno anche se non fa parte dei vasi è comunque viva, e serve da sostegno. Nel centro della sezione del tronco troviamo il midollo che è ciò che è rimasto della crescita del primo anno della pianta. In alcune piante il midollo risulta vuoto (Sambuco, Paulonia, ecc).




Le pigne o coni: fonte di nutrimento per gli animali


Il cono o pigna è il frutto delle conifere, composto da numerose scaglie legnose che si sovrappongono a alla cui base sono inseriti i semi. Le squame possono essere di tre tipi: membranose che si sovrappongono tra loro, legnose che si aprono e divergono a maturità, carnose o membranose che formano degli strobili globosi. Nei coni maschili ogni squama porta sulla faccia inferiore due sacche polliniche entro le quali matura il polline, mentre in quelli femminili la faccia superiore ospita una coppia di ovuli. Alla base di queste squame ovulari è presente un?appendice più o meno sporgente, la brattea. Il frutto è il cono femminile ingrossato e lignificato (pigna) contenente i semi.


Spesso durante il cammino troviamo pigne rosicchiate o nocciole spaccate: raccogliamole e osserviamiole con attenzione, perché anch?esse ci possono dire molto sull?animale che le ha mangiate e sul suo comportamento alimentare.

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La base della pigna appare sfrangiata, spesso rimangono resti di squame che pendono dall?asse della pigna; l?aspetto generale é di pigne disordinatamente sfilacciate con al vertice un ciuffo di squame e tutto attorno una grande quantità di squame strappate. Sono i resti del pasto di uno scoiattolo.


L?aspetto generale della pigna é molto ordinato, l?asse é rosicchiato con cura dall?inizio alla fine e la base é arrotondata; al vertice della pigna restano come un ciuffo poche scaglie intere. Sono i resti del pasto del topo selvatico.


L?aspetto generale della pigna é disordinato e devastato, le squame sono spezzate, infrante e strappate. Per tenere ferme le pigne durante l?operazione di estrazione dei semi l?animale utilizza spesso cavità e fessure: se troviamo pigne rosicchiate ancora incuneate in tali cavità (chiamate fucine): sono i resti del picchio rosso.


Un animale specializzato nel nutrirsi con i semi delle pigne é il crociere: un uccello dal caratteristico becco con le punte che si incrociano, che utilizza per poter far leva sulle pigne, così da aprirle ed estrarne i semi. È lungo circa 15 centimetri, rosso arancione (il maschio) o verdino (la femmina) con la coda e le ali grigio-marrone. Vive e nidifica tra le conifere (specialmente larici) in boschi e foreste. Si ciba dei semi delle pigne ancora sull’albero, inserendo la punta del becco tra le squame: le solleva, le incide e, piegandole, estrae il seme con la lingua. Sul terreno si possono trovare pezzetti o squame di pigne isolate, segno della sua presenza, ma anche parecchio materiale di scarto (i crocieri di solito lavorano in gruppi numerosi). Solitamente è un uccello stazionario, fortemente legato ai boschi di conifere, e solo se il cibo scarseggia si sposta (sempre in gruppo) in cerca di nutrimento. Depone in media 4 uova su un nido che viene costruito tra i rami più alti degli abeti.




L?albero di Natale


Popolarmente con lo stesso termine ?albero di Natale? si indica anche l?abete rosso, conifera impiegata per realizzare il festoso emblema natalizio. Nei luoghi dove è comune, è l?Abete bianco che viene usato come albero di natale: la resistenza dei suoi aghi alla caduta e il fatto che essi non sono pungenti lo fanno preferire all?Abete rosso.




?L?albero di Natale ha anch?esso una sorta di origine religiosa, per quanto non cristiana. Era un albero – un pino infiammabile perché resinoso – che una volta l?anno, in una festa apposita, veniva bruciato come simbolo e ricordo dell?apparizione sulla terra di una gran luce straordinaria. Forse quel ricordo si riferisce alla pagana festa del sole, cui la Chiesa ha contrapposto appunto la data del 25 dicembre; ma non è escluso che si riferisca in qualche modo proprio al Natale di Gesú o quanto meno alle profezie messianiche, di cui – chissà? – non fosse giunta conoscenza. Noi, cattolici, l?Albero di Natale in parte l?abbiamo un po? cristianizzato e un po? paganizzato. Cristianizzato, perché è ?albero di Natale? (non lo si brucia, ma lo si riempie di luminarie); sui rami e sotto si mettono i doni, che dovrebbero essere un ricordo-omaggio al grande dono che Dio ha fatto all?umanità, nascendo come semplice uomo nella povertà. Paganizzato, perché molto spesso l?abbiamo sostituito al presepe, inequivocabile interpretazione cristiana della nostra sacra ricorrenza?. Tratto da: www.col.it/padretad/diz/albero




?L?albero è sempre stato simbolo di vita per tutte le culture, ancora prima della nascita del Cristianesimo. Nella cultura cristiana, il legno della croce di Cristo è anche legno che può fiorire, come testimoniano incisioni e dipinti in catacombe e battisteri di epoca paleocristiana. Un?antica tradizione pagana voleva che per il nuovo anno si portasse in casa un ramo beneaugurate, il ceppo, per poi bruciarlo nel camino. Simbolicamente si bruciava il passato e le scintille che salivano nella cappa erano la luce dei giorni in arrivo. In quell?occasione ci si scambiavano anche i doni. L?abete era considerato albero sacro anche nell?antico Egitto dove era considerato l?albero della Natività, perché sotto i suoi rami era nato il Dio di Biblos. In Grecia era l?albero consacrato alle nascite e in Asia settentrionale era l?albero cosmico, piantato al centro dell?universo.


L?albero di Natale nasce ufficialmente intorno al 1605.


In una cronaca di Strasburgo si legge che gli abeti,?Dannenbaumen?, in tedesco arcaico, erano portati nelle case e ornati con mele, zucchero e fiori di carta, oggetti simbolo di fertilità. La fortuna e la diffusione dell?albero addobbato si devono allo scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe che, pur non essendo estremamente religioso, amava moltissimo la tradizione dell?albero di Natale, all?epoca molto diffusa in Germania soprattutto nelle case dell?aristocrazia. In epoca romantica, l?albero raggiunge il suo splendore e l?antica tradizione è maggiormente valorizzata. Non tutti sanno che le luci con si addobba l?albero simboleggiano la luce che Gesù porta nel mondo mentre le sfere, i pacchettini, le caramelle appese ai rami sono il simbolo dell?amore che Gesù porta in dono all?umanità?. Tratto da: www.intrage.it


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Ma che ne pensano gli Abeti di questa tradizione?


Povero Picea abies (o Picea excelsa come lo chiama chi non vuole rischiare di confonderlo con suo parente Abies alba), l?uomo lo toglie dal gelido luogo in cui vive tranquillamente e lo porta nel tepore della propria casa, gli regala un bel vaso addobbato, lo riveste con un abbigliamento degno di un principe, lo riempie di doni ai suoi piedi e lui, invece di essere contento, si intristisce, lascia cadere i suoi aghi ed entra in uno stato depressivo, che lo porterà alla morte.


Certo non è un bel modo per mostrare amore all?albero visto che la tradizione vuole che tutti siano piú buoni in questo particolare periodo dell?anno.




Ecco alcuni consigli pratici per far rivivere il vostro albero di Natale dopo l?evento:


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Non acquistatelo solo all?ultimo momento.


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Acquistatelo interrato in un vaso, certi che abbia una quantità sufficiente di radici.


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Provvedete a ripiantarlo in un vaso piú grande con del buon terriccio.


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Se avete la possibilità di lasciarlo all?aperto, prima di portarlo in casa, innaffiatelo per alcuni giorni.


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Portatelo in casa solo all?ultimo momento, irrigandolo una volta la settimana e ponendolo su un sottovaso sempre umido.


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Appena finite le feste portate immediatamente l?albero al fresco.


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Nella primavera successiva può essere ripiantato nel suo ambiente in modo che possa continuare a vivere.


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In questo modo avrete reso onore alla tradizione che avete appena festeggiato senza intaccare il patrimonio naturale che è fonte di vita per ogni essere vivente.








Inno all?Abete rosso


?Non so quale energica gaiezza ci coglie, nelle regioni più alte. Il grande abete (bianco, n.d.a) malinconico ci abbandona: fa troppo freddo. Le sue lunghe braccia sono troppo grandi per i turbinii delle altezze. Qui ci vuole un albero più robusto, dalle braccia corte, che non debba sorreggere tanta neve. Un albero coraggioso, montanaro, impregnato di resina che lo penetri e lo protegga interamente. Qui ci vuole la Picea (Abete rosso, n.d.a), il duro lottatore delle Alpi, che ostinatamente ne segue l?ascesa fin sui pendii più improbabili, e s?aggrappa sui precipizi. L?unica cosa che teme è la nebbia, l?umidità della pianura: affronta il freddo, ma cerca il cielo limpido. Beve avidamente il sole con i suoi quattro ordini di stomi. Salendo, non ha più i forti nutrimenti dei livelli inferiori, l?eccitazione, il fermento della vita: ma ne ha altri, più alti, quelli dell?aria e della luce, talvolta il richiamo del föhn, e l?elettricità delle tempeste. La Picea non ha più le grandi ali dell?abete bianco. Sacrifica i rami, arricchendosi di foglie. Ne dispone tutt?intorno al ramo, che dardeggiano e aspirano da ogni lato, e così lo alimentano e lo fortificano. Tutta la sua cura è posta nel drizzarsi in forma di colonna, nell?essere un forte albero di nave, che oggi sfida le tempeste della montagna e domani sfiderà quelle dell?oceano?.


Di Jules Michelet, ?La montagna?, pag. 124-125, Edizioni il melangolo.



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Fonti:


Funghi e boschi del cantone Ticino, vol. 3, Edito dal Credito Svizzero.


?Alberi?, di Enrico Banfi e Francesca Consolino, Istituto Geografico De Agostini.


Radici, tronco e corteccia di Alfredo Baratella.


Alcune informazioni sono state tratte da: www.scalve.it.


Alcune informazioni sono state tratte da: www.crespibonsai.biz.


Alcune informazioni sono state tratte da: www.intrage.it.


Alcune informazioni sono state tratte da: www.agri-italia.it.Scontato Saucony Trainer Uomo Arancione Sneakers Dxn Tl13KJFuc



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Luca Bettosini

Direttore Generale Nato il 25 febbraio del 1964 a Sorengo, da oltre 30 anni compie escursioni e trekking in Ticino. Giornalista Fotoreporter RP Presidente e fondatore dell'Associazione vivere la montagna. Direttore e redattore responsabile della rivista "Vivere la montagna" da lui fondata. Guida escursionistica di montagna. Autore di numerose pubblicazioni sulla montagna ticinese. Intervista: http://dentroalreplay.blogspot.com/2009/05/fotografi-nel-web-84-luca-bettosini.html

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Febbraio 2019

Nel centosettantatresimo numero di Vivere la montagna sono presentati: Le mie montagne; I muretti a secco del Ticino: Patrimonio dell’Unesco; Il Pizzo Gaglianera; Introduzione generale all’escursionismo: la preparazione, il comportamento, l’attrezzatura, l’abbigliamento, il nutrimento e la sicurezza; Storie di mucche, di tori e di uomini…; Nascita e sparizione dell’Isola Ferdinandea; Uno sport completo: La corsa; In ricordo di Aldo Vanzini: Una vita sull’Alpe … che fu; Il Paese di malvaglia e molto altro ancora.

 

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